About

Che senso ha la parola “fotografia” oggi, nella sua definizione etimologica di “scrittura con la luce”, rispetto al punto di evoluzione tecnica a cui è giunta grazie all’avvento del digitale, che permette di creare immagini senza dover usare, come fonte, la luce o la registrazione del vero?
La stessa domanda sorge spontanea di fronte alle opere di Xavier Goodman.
Quelle che sembrano arbitrarie linee di colore create al computer, sono invece fotografie di paesaggi o di oggetti, realizzate da lui stesso, manipolate e deformate fino a creare grandi tavole che sembrano dipinti, o in alcuni casi fantasie di tessuti orientali o geometrie dal gusto fortemente tribale. Stampa poi queste sue distorsioni del reale direttamente su grandi pannelli di alluminio, che possono diventare tavoli di design di sua creazione, o ancora possono trasformarsi in fantasie per carte da parati, tessuti per arredamento o tappeti.
Xavier Goodman sviluppa un concetto estetico/creativo che si pone in quella sorta di confine tra Arte e Artigianato, nel senso più alto del termine. Quel concetto di “Arts & Crafts” che fu il movimento artistico di tardo Ottocento per la riforma delle arti applicate. Potremmo coniare, con un gioco di parole, il neologismo “fotografia oggettuale”, nel senso che partendo da una vera fotografia, l’artista la trasforma in possibile oggetto, sia esso una tavola di alluminio da appendere al muro o un tavolo o un tessuto o in quant’altro la sua fantasia riesca a dare forma. Xavier Goodman stimola con le sue visioni una serie infinita di rimandi e citazioni in chi guarda. L’inconscio inizia così a vagare di fronte ai suoi grovigli di colore, facendo riaffiorare nella mente tanti rimandi alla pittura figurativa. Dalle pitture rupestri, ai dipinti di Paolo Uccello; dagli interni di Vermeer, alle atmosfere di Klimt. Una fotografia reale, nascosta solo all’occhio ma non all’inconscio, con cui Xavier Goodman alla fine restituisce proprio quel significato etimologico apparentemente perduto di “foto-grafia”, cioè  “scrittura con la luce”.

What’s the meaning of the word “photography” today, in its etymological definition of “writing with light”, with respect to the technical point of evolution that has come with the advent of digital, which allows you to create images without having to use as a source , light or recording of it?  The same question arises in front of the works of Xavier Goodman. What seems to be arbitrary color lines created on the computer, are instead real photographs of landscapes or objects, taken by himself, manipulated and distorted to create large tables that look like paintings, or in some cases, oriental fabrics fantasies or geometries with a strongly tribal taste. The artist then prints this “distortions of the real” directly on large aluminum panels, which can become design tables of his own creation, or can turn into fantasies for wallpaper, fabrics or carpets.  Xavier Goodman develops an aesthetic / creative concept that arises in that sort of boundary between “Arts and Crafts”, in the highest sense of the word; the artistic movement of the late nineteenth century to the reform of the applied arts. We could coin, with a play on words, the neologism “object oriented photography” in the sense that starting from a true photograph, the artist transforms it into a possible object: whether an aluminum panel to hang on a wall or a table or a fabric or whatever his imagination is able to shape.  Xavier Goodman stimulates, with its visions, an endless series of references and citations in the viewer.  The unconscious thus begins to wander in front of his color tangles, making resurface in the mind many references to figurative art. From cave paintings, to Paolo Uccello; from Vermeer’s interiors, to the world of Klimt. An actual photograph, only hidden to the eye but not to the unconscious, with which Xavier Goodman ultimately returns that apparently lost etymological meaning of “photo-graphy”, which is “writing with light.”

Claude Brassai, 2017